Donald Trump alla Casa Bianca: quali conseguenze per il futuro del TPP e il libero scambio in ASEAN?

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A cura dell’Italian Desk di Dezan Shira & Associates

L’aperta opposizione del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump al Partenariato Trans-Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP) ha indiscutibilmente creato un clima di tensione attorno all’accordo. Se per i sostenitori del TPP la vittoria di Trump significa la realizzazione delle loro peggiori aspettative, gli oppositori attendono con ansia che Trump mantenga una delle promesse più controverse della sua campagna elettorale: abbandonare il TPP. La possibilità che gli USA possano rinegoziare il TPP non solo è limitata, ma anche difficilmente realizzabile – la preparazione dell’accordo dura da sette anni, con una negoziazione che ha fatto scendere a compromessi diversi Paesi da entrambi i lati del Pacifico.

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Implicazioni per ASEAN

Quindi, quali implicazioni avrà nella regione dell’ASEAN l’eventuale ritiro degli USA dall’accordo di libero scambio? Prima di analizzare la situazione, bisogna tenere presente che è improbabile che il potenziale fallimento del TPP abbia un impatto economico rilevante nell’immediato sulla regione. Non si tratta di un accordo in vigore, ma di uno che avrebbe offerto nuove norme sul libero scambio nel prossimo futuro. Sarebbe più corretto considerarlo un’occasione mancata, piuttosto che un passo indietro, nel progresso del libero scambio nella regione.

Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam sono i quattro Paesi membri dell’ASEAN che hanno partecipato ai negoziati del TPP, e di questi, solo Singapore ha un accordo a parte con gli Stati Uniti. Riconoscendo che ora la conclusione del TPP è a rischio, alcuni dei Paesi (in particolare Singapore e Vietnam) hanno precisato che negozieranno i propri accordi di libero scambio con altri Paesi della regione Asia-Pacifico.

Tra i membri dell’ASEAN, il Vietnam era da molti considerato quello che più probabilmente avrebbe goduto di uno slancio economico in seguito al TPP. Secondo il Ministro del Commercio e dell’Industria vietnamita Tran Tuan Anh, il Paese continuerà le riforme per promuovere un contesto più favorevole per imprese e investimenti, e negozierà altri accordi, sia che il Presidente eletto USA Donald Trump ostacoli il TPP o meno. Il Vice-Primo Ministro e Ministro degli Esteri Phạm Binh Minh ha annunciato che la mancata ratifica del TPP sarebbe un passo indietro, poiché i Paesi coinvolti hanno dedicato tempo e fatica nel processo di negoziazione. Tuttavia, ha sottolineato che, oltre al TPP, il Vietnam ha concluso accordi con numerosi altri partner, compresa l’Unione Europea (UE). Il Vice-Ministro dell’Industria e del Commercio Do Thang Hai ha dichiarato che la politica del Vietnam verso l’integrazione economica internazionale rimarrà invariata, con o senza TPP.

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Fervente sostenitore del TPP, il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha affermato che si sente “deluso che il TPP sembri ora così improbabile, che non passerà o che verrà modificato” come riportato dal The Straits Times lo scorso novembre. Il quotidiano ha citato le sue parole a proposito di Trump: “Non supportava in alcun modo il TPP e credo che sia un fallimento per tutti noi che abbiamo lavorato così duramente per negoziarlo”. Alle domande sulla possibilità di salvare il TPP con una rinegoziazione dei termini o modifiche per includere paesi come la Cina, Lee risponde che “Non è così facile cambiare i termini, che cosa dovremmo cambiare?[…]E introducendo un nuovo Paese, sarebbe un accordo completamente nuovo perché un nuovo Paese, in particolare uno così importante, non accetterà di firmare tutto quello che è stato già concordato prima che partecipasse”.

Che cosa succederà?

Molto probabilmente, sarà la Cina a guadagnare dall’eventuale rinuncia degli Stati Uniti. La Cina è il Paese-chiave del Partenariato economico globale regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership, RCEP), un accordo commerciale tra i dieci Paesi membri ASEAN, Australia, Cina, India, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Nel caso in cui il TPP fallisse, lo slancio verso il RCEP si rafforzerebbe e la Cina probabilmente spingerebbe per una sua conclusione positiva.

Il Giappone, alleato fondamentale degli USA che riteneva il TPP un meccanismo efficace per contenere il crescente peso economico della Cina, ha manifestato la sua volontà di rivolgersi al RCEP. A novembre il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe ha affermato che ora “non ci sono dubbi, ci sarà uno spostamento verso il RCEP se il TPP non dovesse avanzare”. Ha aggiunto che il Giappone “si focalizzerà sul RCEP se il TPP non dovesse proseguire”. I leader dei Paesi dell’Asia-Pacifico, inclusi USA, Giappone, Australia e Cina, si sono incontrati durante il vertice annuale dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) a Lima, in Peru il 19 e 20 novembre 2016, dove il Presidente cinese Xi Jinping ha cercato di raccogliere consensi per il RCEP dai Paesi dell’Asia Pacifica.

Al contrario della maggior parte degli altri accordi di libero scambio, il TPP include alcune misure speciali in materia di norme sul lavoro, amministrazione e trasparenza, tutela dell’ambiente e della proprietà intellettuale. Il RCEP invece non include misure che enfatizzano la protezione della proprietà intellettuale, libera circolazione di informazioni e di equilibrio tra imprese private e statali.

Con la prospettiva del TPP che si affievolisce, c’è la possibilità che Paesi come Vietnam e Malesia, che erano scesi a compromessi significativi su questioni come diritto del lavoro, debbano procedere verso altri accordi. Il RCEP, ad esempio, potrebbe essere un’alternativa sostenibile per il Vietnam nel caso in cui il TPP non avanzasse. Il Vietnam trae vantaggio dall’aumento della richiesta di produzione da Paesi membri del RCEP come il Giappone, la Corea del Sud e la Cina.

Anche se il RCEP rimarrà una possibilità, è più probabile che il posto del TPP sia preso da un’area di libero scambio dell’Asia Pacifica (Free Trade Area of the Asia-Pacific, FTAAP), che per ora è solo una proposta di un patto commerciale più vasto, anch’esso promosso da Pechino.

In un’analisi finale, allo stesso modo del Vietnam, altri Paesi coinvolti avranno un piano B. Tuttavia, come l’ambasciatore neozelandese in USA ha sottolineato lo scorso ottobre, “La tragedia è che il piano B non includerà gli Stati Uniti”.

Per un’analisi dettagliata di come il FTAAP potrebbe sostituire il TPP, si rimanda a Op-Ed Commentary di Chris Devonshire-Ellis, Fondatore e Presidente di Dezan Shira & Associates.


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